souvenir design

Souvenir Design. Da Amik a Zoich, lo zoo delle mascotte
in “Graphicus”, fascicolo monografico Big Events
1072, novembre 2014, pp. 23-25
pdf online 16 MB www.graphicusmag.it

GRAPHICUS_1072_p.23

GRAPHICUS_1072_p24

GRAPHICUS_1072_p.25

tutto o quasi sul cinema indiano

4 eBooks di Cecilia Cossio* in formato Kindle

non è necessario possedere un Kindle per leggere un eBook: basta scaricare da questo link una delle applicazioni di lettura gratuite disponibili per smartphone, tablet e computer.

Allarme a Bollywood

Allarme a Bollywood. Dilaga la febbre del remake!
pagine standard 97 – file 291 KB – prima edizione marzo 2013
euro 7,87 all inclusive su Amazon.it
I testi raccolti in questa antologia hanno come tema comune il rifacimento di film (indiani) del passato, una pratica diventata di grande attualità nel cinema di Bollywood.
Utile forma di esercizio artistico, sfida o tributo a mostri sacri o preoccupante carenza di idee originali? Questi gli interrogativi che si pongono davanti a questa dilagante febbre che sembra aver colpito molti registi indiani.
A ben vedere, tuttavia, più che un attacco improvviso di un virus influenzal-cinematografico, quella del rifacimento è nell’India del cinema – come del resto altrove – pratica antica e consolidata. Dal lontano 3 maggio 1913, quando Dadasaheb Phalke aveva deliziato uno scelto pubblico di Bombay con la “prima volta sullo schermo” di un film indiano a soggetto, Raja Harishchandra, la vicenda del sovrano eponimo ha avuto una decina di riproposizioni. Il caso più famoso rimane quello di Devdas, che inizia con l’omonimo romanzo di Sharatchandra Chattopadhyay del 1917, si impone con il film di PC Barua del 1935, a sua volta remake del precedente muto del 1928 di Naresh Mitra, si conferma con il rifacimento di Bimal Roy del 1955, si dissemina in altre versioni, per arrivare al bollywoodiano evento di Sanjay Leela Bhansali del 2002, accompagnato da un “doppio” bengalese, ad opera del veterano Shakti Samant, oscurato dal bagliore del compagno hindi. Senza per altro esaurirsi in semplici (si fa per dire) riproposizioni. Anche Sudhir Mishra e Anurag Kashyap sono stato colpiti dall’infezione. Ma Sudhir ha per ora fatto marcia indietro dopo l’uscita nel 2009 del trionfale remake di Anurag, Dev.D. Tornando agli interrogativi d’apertura, se cioè l’attuale febbre del rifacimento sia dettata dalla penuria di storie originali o se sia una moda innescata da un paio di riproposizioni di successo, è un po’ presto per dare una risposta esauriente. Certo sembra essere diventato una specie di passaggio obbligato, un “esame di maturità” che molti registi sono pronti ad affrontare con baldanza, superandolo talora a pieni voti.

Shashi 1

Shashi Kapoor. Passaggio nell’India del cinema
pagine standard 110 – file 229 KB – prima edizione maggio 2013
euro 7,92 all inclusive su Amazon.it
Il 3 maggio 1913, al teatro Coronation di Bombay viene presentato Raja Harishchandra di Dhundiraj Govind Phalke, il primo film dell’industria cinematografica oggi più imponente al mondo, di cui ricorre il centenario in questi giorni. Quale migliore occasione per questo omaggio a Shashi Kapoor, personalità tanto famosa quanto anomala, che raccoglie nella sua storia la storia stessa del patrio cinema?
Questo lavoro è il primo di due “tempi” a lui dedicato: si sofferma sulle vicende cinematografiche che l’hanno visto protagonista e il mondo che lo circonda. Il “secondo tempo”, invece, si concentrerà specificamente sui film che ha prodotto.
Nato nel 1938, tra i rami primari della dinastia cinematografica più famosa del suo paese, iniziata all’epoca del muto e in pieno rigoglio da ottant’anni a questa parte, Shashi Kapoor è stato il primo attore internazionale dell’India, già all’inizio degli anni Sessanta, per trovarsi “coinvolto”, due decenni dopo, nello sviluppo del “cinema della diaspora”. Divo della platea popolare e considerato il più bello tra gli attori, in veste di produttore ha legato il suo nome al “nuovo cinema” indiano, con la realizzazione di opere entrate nel novero dei classici. Ritiratosi ormai da qualche anno dalla vita pubblica, ha lasciato in eredità all’India uno dei suoi teatri più amati, il Prithvi Theatre di Bombay.
“Chiedetelo agli asceti tantrici, di una terra così vi diranno che il luogo dei luoghi è quello da dove, stando seduti, tutto può essere raggiunto” – questa citazione, tratta da Parti: parikatha (La Landa: un episodio, 1957) noto romanzo di Phanishvarnath Renu, individua con precisione il posto che Shashi Kapoor occupa nella galassia cinematografica del suo paese e rimane ancor’oggi il “luogo dei luoghi”, donde e ogni faccia e ogni tempo di quella galassia può essere raggiunto e osservato.

Shashi 2

Shashi Kapoor. Il castello incantato
pagine standard 97 – file 219 KB – prima edizione maggio 2013
euro 7,95 all inclusive su Amazon.it
Come accennato nella premessa del precedente volume, Shashi Kapoor. Passaggio nell’India del cinema, prima parte della storia cinematografica di un protagonista che compendia, nella sua, la storia stessa del cinema indiano, quello che segue è il “secondo tempo” dedicato specificamente ai film prodotti da Shashi Kapoor. Figlio di un attore leggendario, fratello di due tra le figure più amate e rimpiante del cinema mainstream, punto d’incontro tra Oriente e Occidente, sia sul piano personale che su quello professionale, divo del cinema popolare, Shashi Kapoor ha legato il suo nome al “cinema parallelo”, parallelo cioè al mainstream, con la produzione di 6 film, oggetto di questo lavoro. Da qualche anno si è ritirato dalla scena pubblica, non prima di aver lasciato in dono all’India uno dei teatri più amati, il Prithvi Theatre di Bombay.

Raza

Il talismano che rapisce i sensi.
Il cinema di Bombay negli scritti di Rahi Masum Raza
pagine standard 85 – file 253 KB – prima edizione ottobre 2013
euro 7,60 all inclusive su Amazon.it
«Scrivere una scena è un gioco da ragazzi. Tempo addietro, quando pensava, prima di scrivere, il regista, l’eroe, l’eroina, il caratterista famoso, tutti trovavano il pelo nell’uovo, perché nel mondo del cinema – scrittore a parte – sono tutti scrittori. Magari non sanno parlare correttamente in hindi, ma sono scrittori. Da Dilip Kumar a Raj Kumar, hanno tutti una grande passione per la penna. Raj Kumar, Rajesh Khanna, Dharmendra, Dilip Kumar… hanno tutti in casa un’ottima biblioteca. Ci sono famiglie che campano proprio fornendo di libri gli attori. Ma quelle povere star girano tre film alla volta, dove volete che trovino il tempo di leggere! Però, a scrivere che ci vuole? Si prende la penna allo scrittore ed ecco la scena bella che aggiustata…». Tratto dal romanzo Sin: 75 (Scena 75, 1977), questo brano illumina ironicamente uno dei versanti della lunga convivenza dell’autore, Rahi Masum Raza, con il mondo del cinema di Bombay. Nome prestigioso della letteratura urdu e hindi, Rahi Masum Raza ha prestato la sua penna come autore di soggetti e soprattutto di dialoghi a molti film hindi, dalla fine degli anni Sessanta, quando aveva lasciato l’insegnamento di letteratura urdu alla Aligarh Muslim University, fino al 1992, anno della sua morte. Proprio al suo rapporto letterario con il cinema di Bombay e, per estensione, all’immagine di questo cinema nella letteratura hindi a lui contemporanea, è dedicato questo lavoro, focalizzato su due romanzi: Dil ek sada kagaz (Il cuore, una pagina bianca, 1973) e il succitato Sin: 75. Con l’ambiente cinematografico Rahi Masum Raza ha sempre avuto un legame conflittuale di amore/odio, i cui inizi sono raccolti in un romanzo precedente, Himmat Jaunpuri (id., 1969). Quest’opera, in realtà, non riguarda tanto il cinema, quanto il mondo apparentemente disumanizzato e disumanizzante di Bombay. Il cinema è presente perché è uno degli elementi costitutivi dell’atmosfera di questa città, quasi l’azoto della sua aria, e dunque pervade – per vie naturali, si direbbe – le vite e i sogni della sua gente. Se in questo romanzo esso rimane al margine della narrazione, in Dil ek sada kagaz è diventato un elemento dominante, mentre in Sin: 75 è l’ombelico del mondo. L’ambiente disegnato neile tre opere mostra un’immagine dai tratti sfuggenti e ambigui, spesso sgradevole sul piano umano e frustrante su quello culturale, e tuttavia il cinema – sono le parole dello scrittore, raccolte in Sinema aur sanskriti (Cinema e cultura, pubblicato postumo nel 2001) – si offre come la sola forma artistica e letteraria che può attraversare viva il confine delle lingue (ibid.: 67). Dunque, un rapporto rimasto sempre contraddittorio, oscillando da un non dissimulato disdegno intellettuale a una sorta di gelosa dipendenza emotiva. Ma è proprio la tensione tra queste opposte polarità a rendere intrigante la conflittuale “tresca” che prende forma nei suoi romanzi.

* Cecilia Cossio
Dal 1978 al 2006 ricercatrice di Lingua e letteratura hindi e docente di Storia dell’India all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si occupa da trent’anni di cinema e società indiana, argomento su cui ha pubblicato numerosi saggi. Consulente per l’India alla Mostra del Cinema di Venezia dal 2008 al 2010, cura il settore indiano del sito specializzato AsiaMedia.