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	<title>poisongalore &#187; sp: verba</title>
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	<description>sergio polano online</description>
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		<title>12 anni dopo…</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Aug 2008 09:43:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Università e ricerca Il futuro del paese Nella nuova situazione politica e di governo, la riunione sotto una sola responsabilità di due dicasteri quali Mpi (ministero pubblica istruzione) e Murst (ministero università e ricerca scientifica e tecnologica) appare come un segno positivo. Prefigura, infatti, una diversa attenzione e un impegno competente per affrontare un problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Università e ricerca<br />
Il futuro del paese</strong></p>
<p>Nella nuova situazione politica e di governo, la riunione sotto una sola responsabilità di due dicasteri quali Mpi (ministero pubblica istruzione) e Murst (ministero università e ricerca scientifica e tecnologica) appare come un segno positivo. Prefigura, infatti, una diversa attenzione e un impegno competente per affrontare un problema cruciale per il paese: il ciclo organico della formazione scolastica e il ruolo della ricerca pubblica. Dire che oggi la situazione della scuola e della ricerca è preoccupante, è un eufemismo; in particolare, lo stato dell’università – che ci interessa specificamente, per i nostri lettori – appare al limite del collasso.<br />
Per capirci, facciamo un esempio. Le imprese d’ogni tipo hanno i loro cicli e le loro fortune, nel mercato e nella realtà produttiva. È fisiologico che quando non funzionano debbano chiudere, e altre le sostituiscano, assorbano, dismettano; tutto ciò è nella logica del rischio imprenditoriale e dei cicli economici. Questo principio non s’attaglia, però, a quella particolare impresa, deputata istituzionalmente alla formazione superiore e alla innovazione/ricerca, che è l’università. Se si dismette il “cervello” del paese, tanto vale chiudere il paese. Se non si investe nella scuola, e dunque nell’università, ci si gioca il futuro – ma questa ovvietà, nell’agenda setting dei media, della cultura e della politica da lungo tempo pare non avere avuto che poco rilievo, o punto.<br />
Cosa allarma dell’università italiana, in generale? La senilità del corpo docente, la cui età media è ormai avanzata, senza chance reali di ricambio, pur sapendo che l’istituzione ha bisogno fisiologico di intelligenze “fresche”; uno status paradossale dei docenti “ufficiali”, burocratizzati, disincentivati, controllati solo formalmente nelle prestazioni (a cui si accompagna, in molte facoltà, una folla sterminata di collaboratori, di fatto “anime morte”, su cui tutti tacciono); la mancanza di risorse, che se va bene si attestano a una quota marginale del pil; la produttività scientifica di chi fa ricerca, quasi nulla, per quanto risulta dai principali rilevatori internazionali in settori chiave; il sovraffollamento patologico di atenei e corsi di laurea, resi impotenti a fornire una formazione seria e competitiva; l’incidenza elevatissima degli abbandoni e l’eccessiva durata effettiva degli studi, che fa della nostra una università poco “produttiva” nel rapporto costi/benefici, ammalata di sprechi, ostile agli utenti. Tutti dati e aspetti noti, stranoti, che si cumuleranno in un prevedibile effetto a medio termine (i tempi propri dell’università, non delle imprese) devastante; e non proviamo nemmeno a confrontare la situazione con quella di altri paesi, per pudore. In parte, sono anche gli esiti di una “riforma” mancata nei primi anni ottanta e dei successivi timidi rappezzi. In parte ancor più rilevante, sono i risultati di quello che parrebbe un gravissimo disinteresse diffuso. Trascurando e svilendo il principale luogo di innovazione/ricerca del paese, si rinuncia però a produrre ricchezza, benessere, sviluppo. Ci si avvia, distrattamente, all’impoverimento, a un destino da terzisti, a perdere posizione nel concerto delle nazioni industrializzate, drammaticamente annunciato dalla nostra pressocché totale dipendenza nell’importazione delle tecnologie avanzate. Il quadro è grave e urgono interventi incisivi, in tempi brevi, su più fronti: inutile tentarne anche solo un elenco parziale, che per le facoltà di architettura sarebbe aggravato dalla questione del “nuovo ordinamento”, già in crisi. Le trasformazioni non potranno essere indolori: la “riconversione” dell’apparato è destinata a scontrarsi, se non vuol essere un’ennesima velleità, contro interessi, mentalità, abitudini poco malleabili; ma non è più possibile rimandare.<br />
Non mancano né le proposte né le ipotesi: occorre quella volontà di decisione in sede politica (confortata da capacità di confronto effettiva con la realtà della situazione) che negli ultimi decenni è stata assai debole, irrigidita da interessi miopi, ingessata da calcoli miseri, irretita da lobbismi beceri, sostanzialmente irresponsabile.<br />
Non è facile, né semplice, ma è necessario: in gioco è il futuro del paese.</p>
<p>[Pubblicato in “Casabella” (Milano), 637, settembre 1996, editoriale]</p>
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		<pubDate>Sat, 05 Apr 2008 13:38:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mettiamo i puntini sulle (parole) i(nglesi). Designer significa(va) chi fa disegni (lavora di progetto). Computer significa(va) chi fa di conto (lavora coi numeri).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mettiamo i puntini sulle (parole) i(nglesi).<br />
<em>Designer</em> significa(va) chi fa disegni (lavora di progetto).<br />
<em>Computer</em> significa(va) chi fa di conto (lavora coi numeri).</p>
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		<title>architettura †</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 19:45:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per quale ragione, vien subito da chiedersi, si è imposta alle avanguardie artistiche (e non solo) una simile insistente domanda di relazione ambientale, di contratto architettonico, senza requie e senza soluzione, per tutto l’arco di un secolo (e oltre)? Priva forse di risposte ultime, la legittima domanda si deve confrontare con le più disparate, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per quale ragione, vien subito da chiedersi, si è imposta alle avanguardie artistiche (e non solo) una simile insistente domanda di relazione ambientale, di contratto architettonico, senza requie e senza soluzione, per tutto l’arco di un secolo (e oltre)? <span id="more-1373"></span>Priva forse di risposte ultime, la legittima domanda si deve confrontare con le più disparate, non coincidenti né conclusive ipotesi elaborate dalla critica; fra tutte, forse l’apparentemente paradossale formulazione suggerita a suo tempo da Paul Valéry è una di quelle che più meriterebbero d’essere riconsiderate senza pregiudizi, per le perduranti implicazioni che veicola, anche in ambiti contigui: “Pittura e scultura, mi dice il demone della spiegazione, sono bambini abbandonati. La loro madre è morta, la loro madre architettura. Finché era viva, donava loro spazio, lavoro, regole. La libertà di errare non era concessa. Avevano il loro posto, la loro luce ben definita, i loro soggetti, i loro accordi… Finché visse, sapevano quello che volevano”, anche perché “le arti non si adattano alla fretta […] L’assurda superstizione del nuovo – che ha spiacevolmente sostituito l’antica eccellente fiducia nel giudizio della posterità – assegna agli sforzi il fine più illusorio e li spinge a creare ciò che vi è di più perituro, ciò che per sua stessa natura è perituro: la sensazione del nuovo”.</p>
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		<title>wc alpha.s</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Oct 2007 02:17:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[The WC Alphabets In an experimental series called Kwadraatblad – because of their format (25 x 25 cm), as well as their ideal and theoretical content –, the De Jong &#038; Co. printer of Hilversum (Holland) published in 1967 a booklet with a bright red cover, entitled new alphabet in the English edition, nieuw alfabet [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>The WC Alphabets<br />
</strong>In an experimental series called Kwadraatblad  – because of their format (25 x 25 cm), as well as their ideal and theoretical content –, the De Jong &#038; Co. printer of Hilversum (Holland) published in 1967 a booklet with a bright red cover, entitled new alphabet in the English edition, nieuw alfabet in the Dutch. In the colophon we can read, among other names: ©Wim Crouwel (Total Design) Amsterdam. <span id="more-1338"></span> The series of Kwadraatbladen (known in English as Quadrat-Prints), had begun in 1954, on the initiative of a designer highly active in the promotion of the visual culture: Pieter Brattinga, the son of the De Jong &#038; Co’s owner. This initiative ushered in one of the most interesting experiments in letter design of the second half of the 20th century. &#8220;In 1967, with the introduction of the first electronic devices for photo-typesetting&#8221; – Crouwel was to comment in 1988 – &#8220;I proposed a monoalphabet font in response to these new functional needs. Mine was a proposal of an essentially theoretical nature, as some of the letters bore no resemblance to the usual ones. The thing attracted a lot of attention but the attempt was fairly futile, in a period in which functionalism, as it was understood in the spirit of the Bauhaus, was under attack and being declared anti-human and out of date.&#8221;<br />
Born in Groningen, the thirty-nine-year-old Willem &#8220;Wim&#8221; Crouwel in 1967 was already one of the most prominent Dutch visual designers, with an established international reputation. Completing his higher education at the Minerva Academy (1946-49), a reknown school of applied arts, and his army duty (1949-51), Crouwel attended the evening course in typography at the Ivkno (1951-52) in Amsterdam; there he started working, with an apprenticeship at Enderberg (1952-54), that brought him into first contact with the so-called Swiss graphic design. Opening his own studio in Amsterdam (1954-57), he began a collaboration with Kho Liang Le (1956-60), the interior designer. Then he worked again freelance (1960-63), before founding Total Design (1963-80), with Friso Kramer, Benno Wissing and the brothers Paul and Dick Schwarz. This partnership made him famous worldwide and Total Design, under the ideological leadership of Crouwel,  impressed a deep mark onto the international visual scene of the Sixties and Seventies. Crouwel was also a consultant and advisor (1980-85) for the Boymans-van Beuningen Museum in Rotterdam, before being appointed director in 1985 (until 1993), then we went back to freelancing in 1994. As a matter of fact, Crouwel has combined a successful professional career with teaching, initially at the Royal Art Academy in Den Bosch (1954-57), then at the Ivkno in Amsterdam (until 1963), and finally at the Technical University in Delft (1965-85) and the Royal College of Art in London (1981-85). So the experiment with the &#8220;new alphabet&#8221; came at a watershed in Crouwel&#8217;s career.<br />
While continually dealing with letters in his work, Crouwel is not (and has never considered himself to be) a designer of typefaces. The &#8220;new alphabet&#8221; in the QuadratPrint makes clear from the beginning, as the subtitles on the cover, that it is &#8220;a possibility for the new development,&#8221; i.e. &#8220;an introduction for a programmed typography&#8221;: new alphabet is a &#8220;new typeface, better suited than the more traditional types, to systems of composition based on cathode-ray tubes.&#8221; So “the amount of information that has to be printed every day, necessarily, has grown to such a point that mechanization is indispensable  (&#8230;)  But letters have never evolved with machines. The proposed unconventional alphabet here shown is intended merely as an initial step in a direction which could possibly be followed by further research. The means of production that is taken as a starting point is the cathode ray tube, which corresponds to the same principle as television.&#8221; It would be worth verifying the degree to which these statements correspond to the actual artifact in the Quadrat-Print. To give an answer, we need to take another look at the booklet. Even on the cover page, not one but two alphabets: one (positive, black on white) made up of solid orthogonal lines, with joints at 45 degrees; the other (in negative, white on black), made up of dots (one per unit of the module), where the junctions are simply those dots set at the points of articulation. In the type literature, the name of &#8220;new alphabet&#8221; is assigned only to the positive alphabet. The reproductions of sketches and studies for the alphabet (prudently dated &#8220;circa 1967&#8243;) reveal a great variety of solutions in progress. Looking back, we find that Crouwel had used the same letters of the first alphabet in the Quadrat-Print already in April 1967, for the congress Mechanisierung en automatisering in het grafisch bedrijf , organised by an association of young Dutch graphic designers and, in September 1966, for a brochure to the Commission on the Use of Computers. Going further back, two similar examples of lettering were designed for the Venice Biennale in 1960 and 1962. Here the word &#8220;Holland&#8221; is composed in letters that are direct predecessors of the &#8220;new alphabet”. A variation to the junctions at 45 degrees then appears on the cover of the Stedelijk Museum catalogue dedicated to Brusselmans, in 1960. Its earliest formulation perhaps may be recognized in the logo of Rijnja copy center in Amsterdam (circa 1958). So at the beginning of the Sixties, Crouwel had already found a solution that eliminated curves from the letters, in order to develop the cathode ray idea – i.e. a geometry of a higher order than straight lines.<br />
Crouwel rarely made use of the &#8220;new alphabet&#8221;: indeed he utilized it solely for the July-August 1968 cover of the Italian magazine linea grafica. Afterward, Crouwel came up with other modular and elementary letters, such as the ones designed in 1968 for the Vormgevers exhibition, or in 1969 for the Visuele communicatie Nederland exhibition.  In the opposite direction, many of Crouwel’s experiments deal with the design of letters, such as the poster for the Stedelijk van Abbe Museum in Eindhoven in 1963 and the Crouwel’s own personal greeting cards in 1957. Then, in 1997, the contemporary renewal of interest for typefaces led to the digital edition of Crouwel&#8217;s four typefaces: New Alphabet, Stedelijk, Fodor and Gridnik.<br />
However, first question, which kind of affinity with contemporary &#8220;cathodic&#8221; fonts does the “new alphabet” display? And, secondly, where do these austere forms originate from?<br />
To answer the first question, we can say broadly that there is no such affinity. To the second question, we can answer by pointing out that the &#8220;new alphabet&#8221; is derived solely from the minuscule: in historical terms, this means the half-uncial script (5th century), with its tetrachord arrangement.<br />
But Crouwel’s subtractive process of lettering implies a visibility principle driven by strong visual abstraction, rather than attention to readability. This &#8220;new alphabet&#8221; ignores a basic perceptiveness principle: the halves of some letters are anything but recognizable and, in some cases, the unorthodox &#8220;new alphabet&#8221; type design makes it hard to identify the letters, and in particular letter a, g, j, k, s, x and z. This situation is not even made easier by the upper horizontal bars used in for capital letters: therefore, the use of minimal lettering material does not necessarily imply a maximum, or even a normal, legibility. If anything, Crouwel&#8217;s case is more a question of respecting the a-priori structural norm at the grounds of the shapes, in a logic of congruence, while rather indifferent to the standard criteria of legibility, that would require upper and lowercases. The &#8220;cathodic&#8221; universality of the &#8220;new alphabet&#8221; therefore, is blatantly contradicted by its scant respect for the historic forms of letters.<br />
Crouwel studied his “grammar of forms” in Groningen, reading the design manuals by Jan Hesselt de Groot, for decades (from 1896) standards in the Dutch schools,  and he still owns it in his personal library. As a matter of fact, it would now be interesting to study the Crouwel&#8217;s article on the tradition of lowercase letters in the Netherlands (Lowercase in the Dutch Lowlands in Octavo, 1988, 5, pp. 6-13) or the lecture he delivered in The Hague in 1996, on the history of the &#8220;new alphabet&#8221; (&#8220;Regarder, apprendre, savoir&#8230; douter,&#8221; in Etapes graphiques, December 1996, pp. 33-8). Moreover, it would be worth going back to the words of Roland Barthes in Variations sur l&#8217;ecriture: &#8220;The letter is precisely something that resembles nothing: its very nature is to inexorably elude any similarity; the absolute intention of the letter is in itself counter-analogical. Of course this is an extreme statement, since everything eventually ends up being resemblant to something else (and what resembles to nothing ends up having an affinity with a letter). So we have to consider that the letter is not &#8216;unconnected&#8217; to the pictogram, but rather, that it is opposed to it.&#8221;</p>
<p>Note<br />
A different and longer version of this essay has been published in S. Polano, P. Vetta, Abecedario (Electa, Milan 2002), but it was originally conceived as an introduction text for Paolo Palma’s graduation thesis on Crouwel’s New Alphabet at the Urbino’s Isia (2003).</p>
<p>[in “<a href="http://www.idea-mag.com/cgi-bin/book/catalog.cgi?language=en&#038;item=323">Idea</a>” (Tokyo), 2007, 323]</p>
<p><a href="http://www.polano.eu/sp/wp-content/uploads/2007/10/323.jpg" title="idea 323 wc" class="broken_link"><img src='http://www.polano.eu/sp/wp-content/uploads/2007/10/323.miniatura.jpg' alt='idea 323 wc' /></a></p>
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		<title>màrchitettura</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 08:26:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Madre architettura «Un edificio finito ci mostra ad un solo sguardo la somma delle intenzioni, delle invenzioni, delle conoscenze e delle forze che la sua esistenza comporta; esso mette in luce l’opera combinata del volere, del sapere e del potere dell’uomo. Unica tra tutte le arti, e in un attimo indivisibile di visione, l’architettura carica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: bold">Madre architettura</span><br />
«Un edificio finito ci mostra ad un solo sguardo la somma delle intenzioni, delle invenzioni, delle conoscenze e delle forze che la sua esistenza comporta; esso mette in luce l’opera combinata del volere, del sapere e del potere dell’uomo. Unica tra tutte le arti, e in un attimo indivisibile di visione, l’architettura carica il nostro animo del sentimento totale delle facoltà umane»: così spiegava Paul Valéry la sensazione che si prova quando riconosciamo la speciale complessione che caratterizza gli spazi apparecchiati appropriatamente per accogliere lo svolgersi della vita umana, associata o individuale che sia. <span id="more-1313"></span>È quanto si manifesta in presenza di quelle rare fabbriche dell’architettura, in quei non troppo frequenti edifici che sanno esprimere (silenziosamente quanto efficacemente ) un attributo di marca formativa peculiare di quella che tra le arti si offre – non a caso – come la maggiore, perché sola in grado di comprendere in sé le altre (attribuendo loro senso profondo e coerente), equanimemente dalle maggiori alle minori, realizzando la totalità attiva dei capolavori veri. Seppur rara, è talora subito avvertibile questa didattica qualità dello spazio architettato sapientemente: si tratta, a ben pensarci, di un fenomeno olistico, la cui integrata unitarietà è più che la banale sommatoria delle singole componenti, in cui l’insieme è – in altri termini – maggiore delle parti; e quando, seppur assai di rado, ci rendiamo fenomenicamente conto d’esservi immersi, non facciamo che riconoscere un ruolo educativo coesivamente intrinseco all’architettura.<br />
Ma perché pare non si sia più capaci, se non in isolati casi, di attingere una simile qualità ambientale? Per concludere, almeno provvisoriamente, e senza affatto voler chiudere la questione (di non secondaria importanza, per la vita sia collettiva che dei singoli), sembra necessario tornare a Valéry: «Una risposta si insinua in me, si stacca a poco a poco dalle mie impressioni e chiede di potersi pronunciare. Pittura e scultura, mi dice il demone della spiegazione, sono bambini abbandonati. La loro madre è morta, la loro madre architettura. Finché era viva, donava loro spazio, lavoro, regole. La libertà di errare non era concessa. Avevano il loro posto, la loro luce ben definita, i loro soggetti, i loro accordi… Finché visse, sapevano quello che volevano. ‘Addio’, mi disse questo pensiero, ‘non mi spingerò oltre’». Ai nostri occhi, pare Valéry si sia spinto ben oltre, offrendo (almeno) una  plausibile ragione per tutto ciò: «Le arti non si adattano alla fretta […] L’assurda superstizione del nuovo – che ha spiacevolmente sostituito l’antica eccellente fiducia nel giudizio della posterità – assegna agli sforzi il fine più illusorio e li spinge a creare ciò che vi è di più perituro, ciò che per sua stessa natura è perituro: la sensazione del nuovo».</p>
<p>(scritto nel 2001 per un quotidiano nazionale ma non pubblicato)</p>
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		<title>han again</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2007 12:24:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’esperienza delle mani Il tatto digitale organizzato di Jeff Han Non so quale sia stato il sentimento che a Monterey, California, ha suscitato e scatenato una vera rock-star ovation, dopo nove minuti di presentazione nella prima sessione del TED 2006 (l’annuale conference statunitense dedicata a technology, entertainment, and design, promossa da un protagonista, primus inter [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Martha_Graham_%28dancer%29" title="martha graham"><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/09/Martha_Graham_1948.jpg/200px-Martha_Graham_1948.jpg" /></a></strong></p>
<p><strong>L’esperienza delle mani<br />
Il tatto digitale organizzato di Jeff Han</strong></p>
<p><span id="more-1269"></span></p>
<p>Non so quale sia stato il sentimento che a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Monterey%2C_CA" title="monterey ca">Monterey</a>, California, ha suscitato e scatenato una vera <em>rock-star ovation</em>, dopo nove minuti di presentazione nella prima sessione del TED 2006 (l’annuale <em>conference</em> statunitense dedicata a <em>technology, entertainment, and design</em>, promossa da un protagonista, <em>primus inter pares</em>, dell’<em>information architecture</em>, quale <a href="http://www.wurman.com/" title="saul wurman">Saul Wurman</a>) dell’interfaccia – <em>en passant</em>, ricordiamolo: per <a href="http://www.guibonsiepe.com/" title="gui bonsiepe">Gui Bonsiepe</a>, questo il <em>core-problem</em> del <em>design</em> – sviluppata dal trentenne ing. Jefferson “Jeff” Han per/su schermi tattili da 36&#8243;: questa volta, non c’ero. Sarà stato, non può essere stato altro che un <em>mix</em> di sensazioni: ammirazione e commozione, stupore e sorpresa, condite forse da una spruzzatina di invidia, si potrebbe presumere, in alcuni eccellenti della platea, quali <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sergey_Brin" title="sergey brin">Sergey Brin</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Larry_Page" title="larry brin">Larry Page,</a> <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jeff_Bezos" title="jeff bezos">Jeff Bezos</a> o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Joy" title="bill joy">Bill Joy</a>. Mi piace immaginare, tuttavia, che a muovere un cotale riconoscimento a chi appariva al TED come un <em>outsider</em>, non a caso collocato nella scaletta della <em>conference</em> come si fa con una <em>band</em> di supporto in un concerto rock (e Monterey ne ricorda ancora di <em>seminal</em>, di simili <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Monterey_International_Pop_Festival_-_Otis_Redding/The_Jimi_Hendrix_Experience" title="monterey international pop festival"><em>festival</em>,</a> immortalati in <em>cult-movies</em> per gli <em>aficionados</em>, ad esempio, del magico <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jimi_hendrix" title="jimi hendrix">Jimi</a> o della tragica <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Janis_Joplin" title="janis joplin">Janis</a>, ambedue prove del fatto che il cielo chiama presto a sé gli spiriti che gli son cari) sia stata anche la danza agile, lieve e flessuosa, sicura e performante, fisica e spirituale (tutt’altro che un <em>oxùmoron</em>), dal musicale passo alterno, accelerazioni e rallentamenti, lungo traiettorie ellittiche e poi rette e poi circolari e così via, in crescendo e in diminuendo, delle mani del sornione Jeff, compassatamente abbigliato in Manhattan black: una vera coreografia di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Modern_dance" title="modern dance"><em>modern dance</em></a>, nello spirito nord-americano di Martha Graham. E c’è un buon motivo, mi son detto, ammirando anch’io il video della <em>performance</em> di Jeff postato nel sito della <a href="http://www.ted.com/" title="ted">TED</a>, rimbalzato viralmente attraverso la catena di vetro della blogosfera, per piombare <em>ça va sans dire</em> in YouTube, dove è stato scaricato già da oltre un quarto di milione di frequentatori dell’interrete globale, gratificandoli e seducendoli <em>(se-ducere</em>, letteralmente) con una virtuale esperienza straordinaria. Tuttavia, “esperienza è <em>ex-per-ientia</em>” fisica, intima, personale, manuale in quanto manipolatoria, transformale perché trasformatrice, transfigurale in quanto trasfiguratrice, ci ha ricordato recentemente un altro artista delle mani, <a href="http://www.arch.unisi.ch/personal-info?id=49" title="arduino cantàfora">Arduino Cantàfora,</a> ossia “è parola attiva di moto da luogo e di moto per luogo, è termine intimamente dinamico e di natura temporale […] e traccia la ricerca del cammino del viandante cercatore. L’esperienza, per esser tale, va fatta, deve essere personalmente vissuta”, richiamandosi con finezza, nello stesso testo, all’<a href="http://classiques.uqac.ca/classiques/focillon_henri/focillon_henri.html" title="telechargez!"><em>Eloge de la main</em></a> di <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Henri_Focillon" title="henri focillon">Henri Focillon</a>, che si legge in appendice alla <a href="http://classiques.uqac.ca/classiques/focillon_henri/focillon_henri.html" title="telechargez!"><em>Vie des formes</em></a> del  1943. “Il gesto che fa [la mano]” scrive Focillon in quel fondamentale breve saggio “esercita una azione continua sulla vita interiore. La mano strappa il tatto dalla sua passiva ricettività, lo organizza per l’esperienza e per l’azione. Insegna all’uomo a possedere la misura, il peso, la densità, il numero. Creando un universo inedito, essa lascia ovunque la sua traccia. Si misura con la materia che trasforma, con la forma che trasfigura. Educatrice dell’uomo, lo moltiplica nello spazio e nel tempo”. A questo punto dovrei parlarvi delle <em>prensioni</em> di <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A9_Leroi-Gourhan" title="leroi-gourhan">André Leroi-Gourhan</a> in <em>L’homme et la matière</em> (questo del 1934: credete ancora alla magia combinatoria dei numeri?) ma lo spazio è tiranno. Passo e chiudo, augurandovi buona visione dell’impresa di Jeff, che ci auguriamo di aver presto nel Bel Paese (come per i miracoli, ci stiamo lavorando) ma che potete gustarvi online almeno.</p>
<p><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/56/Jimi_hendrix.jpg" height="243" width="202" /></p>
<p>[di prossima pubblicazione, preciserò <em>post-factum</em>, se il pezzullo non è arrivato <em>too late</em> in redazione - per i post precedenti su Han (non <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Han_solo" title="han solo">Solo</a>), cfr <a href="http://www.polano.eu/sp/2007/02/21/jeff-han/" title="han1">qui</a> e <a href="http://www.polano.eu/sp/2007/02/22/more-jeff-han/" title="han2">qui</a>]</p>
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		<title>bolli lusitani</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2007 06:46:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A suo tempo, mi son occupato su “Casabella”, 660, ottobre 1998, pp. 36-41, di architettura e francobolli, arterfatti grafici di gran interesse; e su trapassato blog ho supplementato. Da MD, via FDC, ricevo un ulteriore supplemento d’immagine, pei cultori della materia. [cliccare x ingrandire]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A suo tempo, mi son occupato su “Casabella”, 660, ottobre 1998, pp. 36-41, di <a href="http://www.polano.eu/zib/2004/06/199806-francobolli.html" title="architetture da incollare">architettura e francobolli</a>, arterfatti grafici di gran interesse; e su trapassato <a href="http://www.polano.eu/nda/2005/07/architetture-da-incollare-supplemento.html" title="francobolli">blog</a> ho supplementato. Da MD, via FDC, ricevo un ulteriore supplemento d’immagine, pei cultori della materia.</p>
<p><a href="http://www.polano.eu/sp/wp-content/uploads/2007/03/portugal-stamps-architecture.jpg" title="portugal-stamps-architecture.jpg" rel="lightbox" class="broken_link"><img src="http://www.polano.eu/sp/wp-content/uploads/2007/03/portugal-stamps-architecture.miniatura.jpg" alt="portugal-stamps-architecture.jpg" /></a><br />
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