12 anni dopo…

Università e ricerca
Il futuro del paese

Nella nuova situazione politica e di governo, la riunione sotto una sola responsabilità di due dicasteri quali Mpi (ministero pubblica istruzione) e Murst (ministero università e ricerca scientifica e tecnologica) appare come un segno positivo. Prefigura, infatti, una diversa attenzione e un impegno competente per affrontare un problema cruciale per il paese: il ciclo organico della formazione scolastica e il ruolo della ricerca pubblica. Dire che oggi la situazione della scuola e della ricerca è preoccupante, è un eufemismo; in particolare, lo stato dell’università – che ci interessa specificamente, per i nostri lettori – appare al limite del collasso.
Per capirci, facciamo un esempio. Le imprese d’ogni tipo hanno i loro cicli e le loro fortune, nel mercato e nella realtà produttiva. È fisiologico che quando non funzionano debbano chiudere, e altre le sostituiscano, assorbano, dismettano; tutto ciò è nella logica del rischio imprenditoriale e dei cicli economici. Questo principio non s’attaglia, però, a quella particolare impresa, deputata istituzionalmente alla formazione superiore e alla innovazione/ricerca, che è l’università. Se si dismette il “cervello” del paese, tanto vale chiudere il paese. Se non si investe nella scuola, e dunque nell’università, ci si gioca il futuro – ma questa ovvietà, nell’agenda setting dei media, della cultura e della politica da lungo tempo pare non avere avuto che poco rilievo, o punto.
Cosa allarma dell’università italiana, in generale? La senilità del corpo docente, la cui età media è ormai avanzata, senza chance reali di ricambio, pur sapendo che l’istituzione ha bisogno fisiologico di intelligenze “fresche”; uno status paradossale dei docenti “ufficiali”, burocratizzati, disincentivati, controllati solo formalmente nelle prestazioni (a cui si accompagna, in molte facoltà, una folla sterminata di collaboratori, di fatto “anime morte”, su cui tutti tacciono); la mancanza di risorse, che se va bene si attestano a una quota marginale del pil; la produttività scientifica di chi fa ricerca, quasi nulla, per quanto risulta dai principali rilevatori internazionali in settori chiave; il sovraffollamento patologico di atenei e corsi di laurea, resi impotenti a fornire una formazione seria e competitiva; l’incidenza elevatissima degli abbandoni e l’eccessiva durata effettiva degli studi, che fa della nostra una università poco “produttiva” nel rapporto costi/benefici, ammalata di sprechi, ostile agli utenti. Tutti dati e aspetti noti, stranoti, che si cumuleranno in un prevedibile effetto a medio termine (i tempi propri dell’università, non delle imprese) devastante; e non proviamo nemmeno a confrontare la situazione con quella di altri paesi, per pudore. In parte, sono anche gli esiti di una “riforma” mancata nei primi anni ottanta e dei successivi timidi rappezzi. In parte ancor più rilevante, sono i risultati di quello che parrebbe un gravissimo disinteresse diffuso. Trascurando e svilendo il principale luogo di innovazione/ricerca del paese, si rinuncia però a produrre ricchezza, benessere, sviluppo. Ci si avvia, distrattamente, all’impoverimento, a un destino da terzisti, a perdere posizione nel concerto delle nazioni industrializzate, drammaticamente annunciato dalla nostra pressocché totale dipendenza nell’importazione delle tecnologie avanzate. Il quadro è grave e urgono interventi incisivi, in tempi brevi, su più fronti: inutile tentarne anche solo un elenco parziale, che per le facoltà di architettura sarebbe aggravato dalla questione del “nuovo ordinamento”, già in crisi. Le trasformazioni non potranno essere indolori: la “riconversione” dell’apparato è destinata a scontrarsi, se non vuol essere un’ennesima velleità, contro interessi, mentalità, abitudini poco malleabili; ma non è più possibile rimandare.
Non mancano né le proposte né le ipotesi: occorre quella volontà di decisione in sede politica (confortata da capacità di confronto effettiva con la realtà della situazione) che negli ultimi decenni è stata assai debole, irrigidita da interessi miopi, ingessata da calcoli miseri, irretita da lobbismi beceri, sostanzialmente irresponsabile.
Non è facile, né semplice, ma è necessario: in gioco è il futuro del paese.

[Pubblicato in “Casabella” (Milano), 637, settembre 1996, editoriale]

Lascia un Commento

casabella web

La mia principale attività in rete è il sito/blog di CASABELLA: lo conoscete?

belluno

Bando di Concorso per la progettazione di un sistema segnaletico di percorsi turistico-tematici nel centro storico di Belluno

neruda

ODA A LA TIPOGRAFÍA (1956)
Details »