neografia

Mi capita di tornare, stimolato da richieste varie, su talune idee e correlate (seppur provvisorie) definizioni (senza le quali non ci si capisce e non si fa scienza), come quella di neografia.


E di constatare – con un minimo disappunto – come quel che scrivo venga spesso misinterpretato (se si trattasse di lettore interpretante-produttore, ben venisse…) perché – nella frettolosa frettolosità dell’agitato presenzialismo della presentificazione attuale – chi ne scrive/parla riferendosi al sottoscritto (credo, suppongo) semplicemente non mi pare abbia letto con attenzione quanto ne ho scritto.

E con un poco più di fastidio, di (ri)leggermi utilizzato ad lib. ma non cit. (“citazione – scrive Tizio Caio bla bla – citazione” o altra forma consimile) come si usa(va?) nelle oneste pratiche scientifiche: dare a Cesare quel che è (nel bene e nel male) di Cesare.

Evidentemente, è quanto accade se si decide di pubblicare (= render pubblico, credendo nell’avanzamento delle scienze e del sapere come bene comune) online più o meno tutto quanto si è scritto, come ho fatto; salvo constatare che il rischio del dar mano a furb-ini/etti, che talora son quelli che meno te lo aspetti, insidia anche questa disponibilità.

Non che non lo abbia ripetutamente scritto: “texts by sergio polano © worldwide & all rights reserved – a quant’altro è pubblicato nel blog si applica la specifica licenza creative commons”.

Ma tant’è…

Devo pensarci su, perché non mi par giusto, alla fin fine.

Basta con le lagnanze!

Quanto alla neografia:

1 . [2002#04] neografia
“Sgombriamo subito il campo da equivoci che possan generarsi dal titolo del mio intervento. Non intendo proporre alla vostra attenzione una nuova grafia, un nuovo sistema di scrittura, bensì l’idea (più ardita e assai ambiziosa) di una disciplina da mettere a punto, da definire, da organizzare teoricamente e criticamente, con il concorso e l’intreccio di altre discipline più consolidate e già dotate di loro nomi: d’altronde, è così che si forman le scienze e i saperi. E cioè, eccone una prima, primitiva ma precisa definizione: la neografia quale ambito di studi che si situa storicamente in successione rispetto alla paleografia, in modo tale che si possa completare il campo della storia delle scritture umane, immaginando un generale integrale sapere scientifico che si occupi di tutte le scritture, dell’insieme di questi specifici sistemi di segni visivi decodificabili, dalle (imprescrutabili e perciò mitiche) origini alla contemporaneità. […]
Non è giunto ormai il tempo di dotarsi di strumenti, teorici e progettuali, e di repertori metodici, atti ad affrontare e dar corpo disciplinare a ciò che ho proposto di chiamare la scienza della ‘neografia’, rispettivamente moderna (dal quattrocento all’ottocento) e contemporanea (dall’ottocento a oggi)? Non è forse matura la situazione per disciplinare, per far disciplina della conoscenza di quanto è il naturale seguito storico della paleografia, nel conformarsi delle lettere artificiali in forme tipografiche e oggi digitali, non solo nell’ambito occidentale ma in quello planetario, seguendo e analizzando al contempo l’evolversi delle scritture manuali e delle altre grafie (pittogrammatiche, logogrammatiche, diagrammatiche e così via) che marcano il mondo d’oggi come un immane immaginario testuale?
Proprio con quest’ultimo genere di interrogativo terminavo, con un certo timore di manifestare presunzione e di dar prova d’accademismo, il testo di un mio saggio, pubblicato qualche anno fa da ‘Casabella’, sulla tipologia, tema che stamattina sarà svolto da Giulio Carrucciu. Non nego il conforto e il piacere di aver scoperto successivamente, leggendo le postume Variazioni sulla scrittura di Roland Barthes pubblicate da Einaudi nel 1999, che avevo ripetuto un’ipotesi reclamata dal grande intellettuale francese proprio in quel prezioso, problematico e acuto volume. E con la citazione di quell’autorevole conferma termino il mio intervento: ‘I nostri eruditi – afferma Barthes – non hanno studiato a fondo che le scritture antiche: la scienza della scrittura non ha mai ricevuto altro che un sol nome: la paleografia, descrizione fine, minuziosa dei geroglifici, delle lettere greche e latine, abile mestiere degli archeologi nel decifrare antiche scritture sconosciute. Ma sulla nostra scrittura moderna, nulla: la paleografia si ferma al XVI secolo, e pur tuttavia come si fa a non immaginare […] una neografia che ancora non esiste?’”.
[intervento al congresso internazionale ATypI 2002, The Shape of Language, auditorium della tecnica, Roma, 21 settembre 2002 – nello stesso anno il testo integrale di questo intervento, con modeste correzioni, è stato pubblicato in un libretto, intitolato neografia, formato a5or, quale “esercitazione finale del laboratorio di comunicazione tipografica del clasvem, corso di laurea specialistica in comunicazioni visive e multimediali, facoltà di design e arti, iuav università degli studi, aa 2002–3, docente sergio polano, collaboratore alla didattica fiorella bulegato, progetto grafico redazione impaginazione a cura degli studenti del laboratorio di comunicazione tipografica roberto cisco carla di pancrazio regina ermacora marco ferracuti piera zanei”.]

2 . stralcio da appunti didattici per le lezioni tenute presso l’università Iuav di Venezia
“La neografia comprende gli studi di storia delle arti visuali occidentali (in virtù del loro esserculture alfabetiche), a partire dalla metà circa del quattrocento, in piena italica rinascenza. Più precisamente, le ricerche di neografia riguardano i sistemi artificiali (= fondati su artefatti, protetici e strumentali, espressivi e comunicativi) di segni visivi codificati (= scritture e immagini), ossia le indagini contigue e conseguenti alla paleografia, intesa in senso estensivo (= storia delle arti visuali dell’antichità classica greco-romana e del medioevo)”.

3 . tentativo di mappa, o meglio di visualizzazione schematica, necessitante di argomentazioni dettagliate e puntuali ma forse utile e certo perfettibile, anch’esso ad usum scholae, anch’esso già pubblicato
mappa.pdf

Naturalmente, occorre (tentare di) definire almeno anche grafia e grafica – eccovi accontentati (sempre da 2 e utili per capire la mappa 3):

grafie
Produzione variamente replicabile di “scritture”, sia naturali (= manuali, ossia le chirografie) che artificiali (meccaniche, ossia le tipografie, in prima approssimazione), e delle “immagini” (statiche e dinamiche o, meglio, cinematiche), sia naturali (disegno e ogni altra tecnica prevalentemente manuale di raffigurazione, rappresentazione, restituzione, descrizione e/o immaginazione opto-visiva) che artificiali (foto-grafia, cinematografia, video-grafia e simili, ivi incluse tutte le immagini di sintesi numerico-computazionale).

grafica
[grà-fi-ca] sostantivo f. (pl. -che)
dal lat. graphicum, gr. graphikós
• deriv. di gráphein: scrivere, disegnare, dipingere, annotare, registrare
– scalfire, graffiare, incidere (ossia togliere materia, in linea di massima)
– dipingere, tracciare (ossia aggiungere materia, in linea di massima)

Disclaimer
Chiedo venia!
Tra le varie definizioni e schemi non vi è coerenza piena: trattasi di wip – work-in-progress, in effetti.

Precisazione
Dal mio lessico ho abolito l’uso comune di design, per ragioni più volte esposte. Or mi ripropongo di modificare l’uso e abuso di digitale, che vuol dire (e bisogna dire, ché altrimenti si fa mito-magia verbale e non scienza-esattezza) soltanto numerico, fatto e fondato sul numero (che la base sia esadecimale, decimale o binaria, è questione altra).







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