autodafé1

Per quale ragione, vien subito da chiedersi, si è imposta alle avanguardie artistiche (e non solo) una simile insistente domanda di relazione ambientale, di contratto architettonico, senza requie e senza soluzione, per tutto l’arco di un secolo (e oltre)? Priva forse di risposte ultime, la legittima domanda si deve confrontare con le più disparate, non coincidenti né conclusive ipotesi elaborate dalla critica; fra tutte, forse l’apparentemente paradossale formulazione suggerita a suo tempo da Paul Valéry è una di quelle che più meriterebbero d’essere riconsiderate senza pregiudizi, per le perduranti implicazioni che veicola, anche in ambiti contigui: “Pittura e scultura, mi dice il demone della spiegazione, sono bambini abbandonati. La loro madre è morta, la loro madre architettura. Finché era viva, donava loro spazio, lavoro, regole. La libertà di errare non era concessa. Avevano il loro posto, la loro luce ben definita, i loro soggetti, i loro accordi… Finché visse, sapevano quello che volevano”, anche perché “le arti non si adattano alla fretta […] L’assurda superstizione del nuovo – che ha spiacevolmente sostituito l’antica eccellente fiducia nel giudizio della posterità – assegna agli sforzi il fine più illusorio e li spinge a creare ciò che vi è di più perituro, ciò che per sua stessa natura è perituro: la sensazione del nuovo”.







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