Madre architettura
«Un edificio finito ci mostra ad un solo sguardo la somma delle intenzioni, delle invenzioni, delle conoscenze e delle forze che la sua esistenza comporta; esso mette in luce l’opera combinata del volere, del sapere e del potere dell’uomo. Unica tra tutte le arti, e in un attimo indivisibile di visione, l’architettura carica il nostro animo del sentimento totale delle facoltà umane»: così spiegava Paul Valéry la sensazione che si prova quando riconosciamo la speciale complessione che caratterizza gli spazi apparecchiati appropriatamente per accogliere lo svolgersi della vita umana, associata o individuale che sia. È quanto si manifesta in presenza di quelle rare fabbriche dell’architettura, in quei non troppo frequenti edifici che sanno esprimere (silenziosamente quanto efficacemente ) un attributo di marca formativa peculiare di quella che tra le arti si offre – non a caso – come la maggiore, perché sola in grado di comprendere in sé le altre (attribuendo loro senso profondo e coerente), equanimemente dalle maggiori alle minori, realizzando la totalità attiva dei capolavori veri. Seppur rara, è talora subito avvertibile questa didattica qualità dello spazio architettato sapientemente: si tratta, a ben pensarci, di un fenomeno olistico, la cui integrata unitarietà è più che la banale sommatoria delle singole componenti, in cui l’insieme è – in altri termini – maggiore delle parti; e quando, seppur assai di rado, ci rendiamo fenomenicamente conto d’esservi immersi, non facciamo che riconoscere un ruolo educativo coesivamente intrinseco all’architettura.
Ma perché pare non si sia più capaci, se non in isolati casi, di attingere una simile qualità ambientale? Per concludere, almeno provvisoriamente, e senza affatto voler chiudere la questione (di non secondaria importanza, per la vita sia collettiva che dei singoli), sembra necessario tornare a Valéry: «Una risposta si insinua in me, si stacca a poco a poco dalle mie impressioni e chiede di potersi pronunciare. Pittura e scultura, mi dice il demone della spiegazione, sono bambini abbandonati. La loro madre è morta, la loro madre architettura. Finché era viva, donava loro spazio, lavoro, regole. La libertà di errare non era concessa. Avevano il loro posto, la loro luce ben definita, i loro soggetti, i loro accordi… Finché visse, sapevano quello che volevano. ‘Addio’, mi disse questo pensiero, ‘non mi spingerò oltre’». Ai nostri occhi, pare Valéry si sia spinto ben oltre, offrendo (almeno) una plausibile ragione per tutto ciò: «Le arti non si adattano alla fretta […] L’assurda superstizione del nuovo – che ha spiacevolmente sostituito l’antica eccellente fiducia nel giudizio della posterità – assegna agli sforzi il fine più illusorio e li spinge a creare ciò che vi è di più perituro, ciò che per sua stessa natura è perituro: la sensazione del nuovo».
(scritto nel 2001 per un quotidiano nazionale ma non pubblicato)
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