L’esperienza delle mani
Il tatto digitale organizzato di Jeff Han
Non so quale sia stato il sentimento che a Monterey, California, ha suscitato e scatenato una vera rock-star ovation, dopo nove minuti di presentazione nella prima sessione del TED 2006 (l’annuale conference statunitense dedicata a technology, entertainment, and design, promossa da un protagonista, primus inter pares, dell’information architecture, quale Saul Wurman) dell’interfaccia – en passant, ricordiamolo: per Gui Bonsiepe, questo il core-problem del design – sviluppata dal trentenne ing. Jefferson “Jeff” Han per/su schermi tattili da 36″: questa volta, non c’ero. Sarà stato, non può essere stato altro che un mix di sensazioni: ammirazione e commozione, stupore e sorpresa, condite forse da una spruzzatina di invidia, si potrebbe presumere, in alcuni eccellenti della platea, quali Sergey Brin, Larry Page, Jeff Bezos o Bill Joy. Mi piace immaginare, tuttavia, che a muovere un cotale riconoscimento a chi appariva al TED come un outsider, non a caso collocato nella scaletta della conference come si fa con una band di supporto in un concerto rock (e Monterey ne ricorda ancora di seminal, di simili festival, immortalati in cult-movies per gli aficionados, ad esempio, del magico Jimi o della tragica Janis, ambedue prove del fatto che il cielo chiama presto a sé gli spiriti che gli son cari) sia stata anche la danza agile, lieve e flessuosa, sicura e performante, fisica e spirituale (tutt’altro che un oxùmoron), dal musicale passo alterno, accelerazioni e rallentamenti, lungo traiettorie ellittiche e poi rette e poi circolari e così via, in crescendo e in diminuendo, delle mani del sornione Jeff, compassatamente abbigliato in Manhattan black: una vera coreografia di modern dance, nello spirito nord-americano di Martha Graham. E c’è un buon motivo, mi son detto, ammirando anch’io il video della performance di Jeff postato nel sito della TED, rimbalzato viralmente attraverso la catena di vetro della blogosfera, per piombare ça va sans dire in YouTube, dove è stato scaricato già da oltre un quarto di milione di frequentatori dell’interrete globale, gratificandoli e seducendoli (se-ducere, letteralmente) con una virtuale esperienza straordinaria. Tuttavia, “esperienza è ex-per-ientia” fisica, intima, personale, manuale in quanto manipolatoria, transformale perché trasformatrice, transfigurale in quanto trasfiguratrice, ci ha ricordato recentemente un altro artista delle mani, Arduino Cantàfora, ossia “è parola attiva di moto da luogo e di moto per luogo, è termine intimamente dinamico e di natura temporale […] e traccia la ricerca del cammino del viandante cercatore. L’esperienza, per esser tale, va fatta, deve essere personalmente vissuta”, richiamandosi con finezza, nello stesso testo, all’Eloge de la main di Henri Focillon, che si legge in appendice alla Vie des formes del 1943. “Il gesto che fa [la mano]” scrive Focillon in quel fondamentale breve saggio “esercita una azione continua sulla vita interiore. La mano strappa il tatto dalla sua passiva ricettività, lo organizza per l’esperienza e per l’azione. Insegna all’uomo a possedere la misura, il peso, la densità, il numero. Creando un universo inedito, essa lascia ovunque la sua traccia. Si misura con la materia che trasforma, con la forma che trasfigura. Educatrice dell’uomo, lo moltiplica nello spazio e nel tempo”. A questo punto dovrei parlarvi delle prensioni di André Leroi-Gourhan in L’homme et la matière (questo del 1934: credete ancora alla magia combinatoria dei numeri?) ma lo spazio è tiranno. Passo e chiudo, augurandovi buona visione dell’impresa di Jeff, che ci auguriamo di aver presto nel Bel Paese (come per i miracoli, ci stiamo lavorando) ma che potete gustarvi online almeno.

[di prossima pubblicazione, preciserò post-factum, se il pezzullo non è arrivato too late in redazione - per i post precedenti su Han (non Solo), cfr qui e qui]
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