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Eccovi, in splendida edizione digitale, il mio modesto contributo (terminato di scrivere il 17 ottobre AD 2006, per la cronaca) al secondo imperdibile tomo di Andrea Rauch e Gianni Sinni (a cura di), SocialDesignZine vol. DUE
Cronache della galassia (Gutenberg)
Frammenti di un discorso agnostico
Irretiti dalla rete
È successo in pochi anni, con moto fulmineo, ma è successo così anche per il libro stampato con caratteri mobili, alla metà del secolo XV; e già allora per aver contezza di quel che andava accadendo ci vollero decenni. Non si tratta solo di rifare e contraffare abilmente il manoscritto con mani meccaniche, con la scrittura artificiale, e aumentare sia produttività che profitti con la teutonica innovazione, ma al proto-tipografo degli incunabola possiam credere che, forse, di ciò poco gliene cale, al momento. Forse dovremmo saper attendere un po’ anche noi e meditare con maggiori indugi, per capir meglio quanto accade nell’inter-rete e quale ne sarà una possibile ecologia, osservandone la genesi in evoluzione; liberandoci dall’ossessione del sùbito e dell’immediato, per arrampicarci nella trama del web senza restarci invischiati e immobili, vittime per aver subìto un sùbito; attenuando la pressione desertificante del presente, quella temibile incombente presentificazione dell’informazione tutta, che dissolve il passato (memorabile e documentabile) e annulla il futuro (immaginabile e progettabile) in un breve orizzonte piatto. Questa visibilissima porzione della global-rete che è il reticolo interminabilmente interconnesso del www ha sollevato grandi attese e messianiche profezie, anche di terminalità varie (libro incluso) e democrazie rinnovellate, puntualmente disattendendole; come era successo con il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione…
Il web ha promesso iper-testo e ha prodotto iper-mercato; ha strizzato l’occhio all’immateriale e ha partorito succedanei scadenti alle cose e mali sostituti al de visu; ha fatto sperare in appaesanti interazioni e ha costruito patrimoni mirabolanti in azioni; ma si sa, le contabilità e le registrazioni mercantili sono tra le più forti motivazioni che hanno presieduto alle origini delle scritture, alcuni millenni prima dell’era cristiana, in tutte le società disegualitarie e strutturate verticalmente – come la nostra predominante attuale. E anche il computer si chiama così perché, non a caso, quel tutto di cui scrivo è numerizzato in bits, come Leibniz sognava, elaborando le idee sulla mathésis universalis – la scientia generalis del pensiero europeo del Cinquecento e di Cartesio – e discettando per primo in Occidente di un sistema posizionale binario. Le chiacchere senza fine sulla immaterialità, debordate in poetiche vaghezze su una supposta maldimostrata post-sur-modernità iperdiffusa, hanno lasciato il tempo che hanno trovato, distraendo infine dalla materiale costituzione fisica di questa formidabile protesi intellettuale che è l’inter-rete: tecnologia, certo, invisibile all’utente, ci mancherebbe altro che mi accorgessi di portare gli occhiali, ma non di meno fatta di materia ingombrante e caduca, a suo modo. In rete c’è tutto, dicesi. Anche il contrario di tutto, ergo. Un tutto che è un sempre di più, anche: un esponenziale accumulo di utile e inutile, schegge e scorie, cibo e detriti, nutrimento e spazzatura, un’immane discarica e un magazzino sconfinato, a immagine e simiglianza della civilizzazione che l’ha prodotta (poteva essere altrimenti?), da cui possiamo pescare il buono e il malo e l’indistinto. Ma non sai come trovarlo, se non sai già dov’è e non ti vengono in aiuto indici che solo molto parzialmente indicano. Il sapere, per dirla in breve, irretito dalle sue stesse lusinghe, si avviluppa e si avvolge in nuove spire. La biblioteca della rete è babelica, il labirinto il suo emblema di perdita del centro, il meandro la sua figura frattale di dispositivo caotico. Tutto sembra nuovo e tutto poggia sull’antico, come finora è sempre accaduto con il costituirsi nel tempo di altri media, in questa innervazione dislocata a dismisura di luoghi di formazione, conservazione, distribuzione e diffusione di informazioni d’ogni sorte e fatta. Tanto parlare di nuova civiltà delle immagini e poi? All’immenso effimero epistolario dell’umanità connessa (alludo soprattutto, ma non solo, alle email), si affianca da un po’ di tempo un altro gigantesco rifiorire (ma era mai veramente sfiorita?) della scrittura condivisa, con il planetario fenomeno online dei blog. Peraltro, non è il web, in sé, tutto e soltanto una grafia, sia nella profondità tecnica (protocolli, browser, html e derivati, etc), sia nella superficie apparente? Come Paul Klee ben sapeva, “Nur der Schein trügt nicht”, ”solo l’apparenza non è illusoria”.
Block + blob = blog?
Il blog sta nel web; è una forma del suo contenuto innumero. Nel web non succedeva niente di nuovo da tempo (relativamente alla sua età, si intenda), se non il crescere (ancora in progression geometrica) delle pagine irretite, vive o morte. Il blog non è altro che un modo semplice (non dovete saperne di html e css, ftp e server per upload, base-dati e content-manager, in linea di principio) di pubblicare nel web – il resto conta meno – e questa semplicità è la ragione del suo successo; quanto di filosofante ne ho letto in libri e libercoli (anche per documentarmi meglio e scriverne in questa sede – tipo blog! di Kline e Burstein, prefato da Grillo Beppe, blogger di gran successo) mi è parso zavorresco e fantasmagorico, perlopiù. Ammetto: non so bene che cos’è un blog. Non lo sa nessuno. Correttamente, credo, la netiquette suggerisce di non parlare dei blog nei blog; ma questo testo non è un blog (forse lo pubblicherò comunque in un mio zibaldonesco blog, per la gioia di grandi e piccini [facile profezia – ndr]). Filologia a parte (sull’etimologia di weblog e dintorni), parafrasando una fulminea definizione di architettura (un lapsus tra lapide e lapis) di Adolfo Natalini, azzardo che il blog sia un lapsus tra block(notes) e blob, in generale. In realtà, il blog non esiste, come non esiste l’uomo ma gli uomini, gli individui. Forse è meglio dire gli individui singoli blog non sono che fenotipi del genotipo blog – senz’altro, una blogenetica pv ci aiuterà a capir meglio, nel caso. Bloggo anch’io molti blog, variabili, instabili, sempre in costruzione, come ogni struttura del www (inutile esporre quell’ingenuo cartello nel vostro sito, vi date dei parvenus da soli). Un tipo di blog, che verrebbe da credere sia l’ur-blog, ha la forma del diario, antica forma di autocoscienza oggettivata, di gran voga tra le damine del Settecento e poi nei solitari furori romantici; seppur sui generis, per l’implicito esibizionismo e il conseguente voyeurismo che attrae in una società di crescente ma anonima perdita del pudore, il blog-diario parrebbe la forma infatti più diffusa e scatenante di questa pandemia scrittoria. Davvero, pare poco interessante sbirciare quelle pagine pseudo-intimiste e intrise di fattacci vostri, salvo lodevoli eccezioni; ma ai sociologi (di massa e della comunicazione) penso garbino molto.
Sdz e Graphic Pride
Il blog che ci interessa qui da vicino è sdz. Sui generis anch’esso, giacché nell’acronimo si scopre e si legge socialdesignzine, mostrandone una costola fanzinesca e un fegato sociale, nel saldo petto del design (implicitamente prevalentissimamente graphic o visual design, insomma progettazione grafica). Avviciniamo la lente e dai massimi vaghi sistemi ben scrutando quel particulare – come mi accade pressocché ogniddì nel mio pur lento accesso ancor dial-up (son tra quelli di là del digital divide, il che dimostra che si può vivere anche senza bande larghe) –, sdz si rivela come un notiziario quotidiano, mirato su temi con implicazioni non strettamente grettamente professional né incline alle technicalities altrimenti situate online, bensì di vera e propria politica cultural-visuale, agevolmente rubricato e abilmente strutturato. Il post quotidiano precisa la notizia e la inquadra, come in ogni buon (ormai raro) atto di giornalismo, che non è mai neutro né tutto di parte ma qb. Il cumulo delle notizie si configura, al contempo, sia come un embrione di enciclopedia critica dell’attualità, in un ambito di progetto e produzione specifico, che potrebbe esser ulteriormente strutturato, forse à la wiki, sia come un supporto discriminato all’esplorazione delle risorse in rete, che risponde alle pressanti esigenze di orientamento che la caratterizzano. Guidato dal susseguirsi degli eventi, seppur selezionati e individuati secondo il proprio programma di inter-azione, sdz accentua inevitabilmente la presenza del presente, secondo quel ben noto principio di agenda-setting per cui i media non influenzerebbero tanto le nostre idee – e la televisione non sarebbe poi una così cattiva maestra (semmai una pessima allieva) –, quanto piuttosto stabilirebbero ciò di cui si parla e si scrive, oscurando e offuscando il resto, in una continua rincorsa dell’irraggiugibile attuale ultim’ora. La decisione di lasciare libero, non moderato (se non per il turpiloquio e affini amenità) spazio di commento ai post corrisponde a un afflato di condivisione, discussione e partecipazione, coerente con le idee e l’ideologia dei social-blogger, nel tentativo di spostarsi per quanto possibile dal modello broadcast a quello network, inclinando la comunicazione nel verso ideale della communio. Gli effetti obiettivi di questa disponibilità al commento, problematici per vari aspetti e forse deludenti per altri, sono comunque positivi, più che per la debole trama dialogica intessuta dai commentatori, per un altro lato – non necessariamente esplicitabile in situ – e cioè la capacità di riconoscimento collettivo che ne risulta, con l’attivazione di un processo di reciproca identificazione, con lo sviluppo di una sorta di Graphic Pride, tutto da incentivare (anche con iniziative puntuali): il legittimo orgoglio di far parte di una comunità che svolge un’attività socialmente utile, di rilevanza collettiva – tutt’altro che cosmetica o esornativa, come invece vuol fin troppo spesso l’opinione diffusa–, e che vuol render criticamente conto alla propria collettività del suo operare.
[Cronache della galassia (Gutenberg). Frammenti di un discorso agnostico, in Andrea Rauch e Gianni Sinni (a cura di), SocialDesignZine vol. due, Lcdedizioni, Firenze 2007, pp. 13-15]
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